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HAI TROVATO UN DOCUMENTO? NON POSTARLO...

HAI TROVATO UN DOCUMENTO? NON POSTARLO...

La diffusione dei social network ed il loro utilizzo quotidiano pongono al centro dell’attenzione, sotto diversi punti di vista, il tema della privacy. Per quanto qui di interesse, vorrei affrontare le conseguenze (eventuali) cui si espone (ed espone) chi, pur con lodevoli intenzioni, posta la foto di un documento di identità smarrito da qualcun altro. In quest’ambito ricordo che i social network costituiscono una “piazza virtuale” dove tutti si conoscono e dove le informazioni immesse risultano immediatamente fruibili da chiunque. Ciò impone un utilizzo sempre più attento e consapevole di tale strumento. E’ bene ricordare infatti che, postando la foto di un documento di identità di un soggetto, si espone quest’ultimo, come sottolineato più volte dalla Autorità Garante della Privacy, ad essere oggetto di “furto di identità” (consentendo, a titolo di esempio, l’apertura di conti correnti bancari, la richiesta di rilascio di carte di credito, ecc.). In aggiunta, e per quanto qui di interesse, postare immagini altrui assume rilievo sia da un punto di vista civilistico che penale. Le informazioni contenute in un documento d’identità devono essere considerate  sicuramente “dato personale”, così come previsto dall’art. 4 della Legge 196/2003 sulla tutela della privacy e,  ai sensi dell’art. 13 dello stesso codice, il titolare del trattamento dei dati ha l’obbligo di informare preventivamente l’interessato che  il suo dato (immagine fotografica) potrà formare oggetto di trattamento, dando la possibilità all’interessato di esercitare, in qualsiasi momento , i diritti previsti dall’art.7 della L.196/2003 per ottenerne l’aggiornamento, la rettifica, l’integrazione e/o la cancellazione. In tale direzione converge anche la legge sulla protezione del diritto d’autore (L. 633/1941) nonché l’art. 10 del codice civile il quale specificamente prevede che ”qualora l’immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dai casi in cui l’esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l’autorità giudiziaria, su richiesta dell’interessato, può disporre che cessi l’abuso, salvo il risarcimento dei danni.” Inoltre, per le violazioni più gravi circa il trattamento dei dati personali, l’art. 167  “trattamento illecito di dati” del codice in materia di protezione dei dati personali recita che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali  in violazione di quanto disposto dagli articoli 18.19.23.124.126 e 130, ovvero in applicazione dell’articolo 129,è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi.” Chiaramente, tale dettato appare non applicabile a chi posta (in buona fede) un documento di identità ma, evidentemente, a chi ne fa un uso illecito. Per concludere, in casi simili, appare quantomai opportuno resistere “alla tentazione” e consegnare il documento alle Forze dell’ordine magari dando risalto sui social (senza riferimenti precisi) a tale comportamento.

 

 

Giovanni Maiorana/RCB